Quella che insegna l’arte contemporanea è anche una meravigliosa storia tra il tempo e la fiducia che non è altro che una forma estesa del primo, poiché ne è la concessione.
Palazzo Strozzi a Firenze nella primavera del 2017 ha ospitato una mostra sulle opere di Bill Viola che non trovano parole per essere descritte all’infuori di toccanti, inarrivabili, estremamente umane, alte. Viola si serve da tempo della video arte per ragionare quasi a rallentatore sul reale e sul modo in cui gli uomini stanno al mondo. Dicevo che la fiducia è una forma estesa del tempo poiché The Deluge, per esempio, era formalmente un video di 34’ 30”. La durata è il primo impatto che un visitatore medio ha con quest’opera o in generale con la video arte e 35’ ti spingono a considerare se valga la pena di rimanere a guardare un video in cui sembra che non stia succedendo nulla di che. Diversi passanti percorrono a piedi una strada su cui affaccia l’ingresso di un palazzo nel quale sta avvenendo un trasloco. Alcuni dei passanti a malapena si sfiorano; altri si fermano per una chiacchiera; altri ancora nemmeno si vedono.
Una normale scena quotidiana che senza problemi si presenterebbe a me se mi affacciassi ora alla finestra. E avanti così per 25’ buoni. Nel mentre, davanti a me passavano e ripassavano signori che avevano intanto investito il proprio tempo nelle stanze vicine, affacciandosi qualora fosse successo qualcosa. Dopo un po’ chiunque si chiederebbe se restare lì a guardare possa valere davvero il proprio tempo eppure è difficile alzarsi ed andar via quando si concede fiducia. Più che difficile, è questione di carattere.
Passato gran tempo, l’accelerazione crescente dei movimenti dei passanti così come di certi ambigui rumori si accompagna alla sensazione che qualcosa di grande stia per succedere. E il diluvio irrompe poi, tanto più tardi di quanto ci si aspettasse, è vero! E in molti vengono travolti per non essersi preparati in tempo; per aver pensato che fosse un furto alla frenesia del quotidiano concedersi un momento per ascoltare. Potente metafora della vita. Infine è tornato il sereno: 5’ d’inquadratura sui raggi del sole a scintillare sulle pozze d’acqua. Non si dovrebbe dubitare dell’eterno ritorno del sereno poiché la natura è semplicemente altro dalla caducità degli uomini.
Man Searching for Immortality/Woman Searching for Eternity, dal canto suo, ha una durata di 18’54”. Vorrei spendere qualche parola su quest’opera per il suo essere semplicemente inarrivabile nella sua sincerità. Il senso più pieno dell’arte. In rapporto con l’Adamo ed Eva di Lucas Cranach, doppio dipinto su tavola dei progenitori del genere umano datato al 1528, le figure di un uomo e una donna, entrambi anziani, entrambi nudi, sono proiettate su due lastre pesanti di granito nero poggiate secondo il lato più corto sul muro di una stanza buia e stretta. I due camminano per un frammento iniziale in direzione dello spettatore, guardandolo negli occhi; poi, con una torcia, iniziano ad analizzarsi il corpo per 18 minuti. Fa semplicemente piangere. Commuove per la sincerità di due vecchi uomini che s’indagano il corpo in cui son stati per una vita intera cercando tracce di malattia e corruzione, con la luce che disegna sui loro corpi le tracce del tempo che è passato. La lentezza dell’operazione li rende così soli e solitari nonostante chiunque si possa ritrovare in loro, perché 18’ è un tempo infinitamente lungo per ricordarsi di quando davanti allo specchio guardiamo ciò che ci rende diversi dagli altri con occhi inquisitori; vediamo come cambiamo nel tempo e noi donne passiamo interi minuti a tastarci il seno… i movimenti circolari, una leggera pressione, così come ci hanno insegnato per scongiurare le neoplasie. Infine la luce che li illumina si spegne lentamente, ingrigendoli fino a farli scomparire sulla lastra nera che se dovesse avere un significato simbolico, essendo una roccia proveniente da un magma che solidifica lentamente ed in profondità, alluderebbe di certo all’eredità emotiva di sogni, credenze e ambizioni coltivate per una vita intera e che la morte s’è portata con sé, senza troppe spiegazioni. Non si fa neppure difficoltà, pensando al granito, ad associarlo alle lapidi.
Ed anche il cubismo è una corrente che ha il suo cardine nel tempo. Senza la benché minima conoscenza in materia, non faremmo difficoltà ad etichettare un quadro cubista come astratto ed incomprensibile eppure se c’è una cosa che non gli si addice è proprio il termine astratto. Forse mi perderò in riflessioni romantiche sull’arte che è come la vita, ma non sono pensieri del tutto fuori luogo: capita nell’esistenza di sentirsi smarriti davanti all’ignoto, ad una nuova strada, a non averla una strada; al non avere alcuna possibilità, che ti fa sentire allo stesso modo in cui ti sentiresti se ne avessi infine, cioè senza sapere dove appigliarti. Eppure alla fine, un appiglio si trova. Questo per comprendere che in un quadro cubista, tra le miriadi di sfaccettature, ognuna con il suo chiaroscuro eseguito come da manuale ma che poi, ad uno sguardo generale non restituiscono alcuna immagine concreta, vi è sempre un elemento dipinto in trompe-l’œil, in maniera cioè estremamente naturalistica.
In Violino e tavolozza, un quadro di George Braque del 1910, il chiodo che tiene appesa ad un muro la tavolozza citata nel titolo è dipinto in maniera perfettamente realistica e nella sua riconoscibilità è un perfetto appiglio da cui iniziare l’indagine. Al di sotto, alcune righe di pentagramma restituiscono alla comprensione uno spartito che progressivamente si frammenta; ma nella “confusione” generale dei piani, si riconosce anche il collo del violino, i fori di risonanza ad ƒƒ sulla cassa armonica e parte delle corde. Il resto è una profusione di piani che s’alternano senza un dato ordine, rappresentazione antimimetica dell’ambiente in cui si trovano i due oggetti.
Il quadro cubista che in assoluto preferisco è conservato al Museo Puskin di Mosca. E’ un dipinto ad olio del 1909-10 ed è un ritratto. Se dovessi scegliere, ad oggi, da chi farmi ritratte commetterei Francesco Clemente. Se fosse ancora tra noi, Pablo Picasso.
Picasso ritrasse l’amico e gallerista Ambroise Vollard in una maniera impressionante. Diremmo distante dalla realtà poiché pochi sono i dettagli anatomici che si riesce a carpirne: buona parte del viso, il naso, gli occhi dalle palpebre calate ed un filo per bocca. L’espressione è quella pacata di un uomo sapiente. Da questi punti focali, il ritratto del nostro si espande in tutte le direzioni, in una costruzione di piani terrazzati che paiono ruotare in blocco in senso orario. Sono inoltre riconoscibili nello spazio dell’immagine un bottone della giacca di Vollard, parte del libro che tiene nella mano sinistra ed una bottiglia, in alto a destra della tela dal formato rettangolare.
Quando vidi il Ritratto di Ambroise Vollard per la prima volta ciò che più mi colpì fu la sensazione che il soggetto ritratto si espandesse nello spazio, cristallizzandosi in una dimensione esterna che definirei quasi extratemporale. Nominavo il tempo all’inizio del mio discorso, di come fosse un elemento cardinale nella pittura cubista. Questo poiché un quadro cubista è così ridotto in piani per una ragione molto seria: la realtà in cui ci collochiamo ed esistiamo dispone di tre dimensioni. Gli oggetti che appaiono davanti ad i nostri occhi non esistono solo sul piano orizzontale in cui li vediamo, ma esistono nella loro estensione, corporeità. La conoscenza di un oggetto del reale dunque non avviene solo su un piano: per conoscerlo a fondo bisogna “girargli attorno”. Non è un discorso diverso da quello che fa un cieco nella sua quotidiana indagine del reale. Girare attorno e toccare con mano accuratamente condividono un elemento comune: implicano del tempo. Arriviamo dunque alla conclusione che ognuno dei piani in cui si presenta frammentato un quadro cubista rappresenta un determinato momento della conoscenza. Il tempo di cui ho bisogno per conoscere sinceramente effonde nel quadro, in un rapporto continuo tra oscurità ed ovvietà dei soggetti rappresentati.
In Ritratto di Ambroise Vollard, a mio dire, effondono dalle tinte scure anche dolcezza e tanta stima. Scrivevo che per un mio personale ritratto sceglierei Picasso ed è perché in questo preciso esempio ha saputo fermare il tempo caratterizzando Vollard non per come appariva agli occhi di chi gli stava attorno ma per come da questi veniva percepito: scevro dalla paralisi fotografica in cui si fissano i ritratti tra Cinquecento ed Ottocento, ce lo presenta come un uomo che pensa, che si dedica alla conoscenza e alla condivisione di questa; genio e mercante, individuo e non tipo, piazzandolo in un tempo che coincide con un frammento d’eterno.
La sensazione che provo davanti a questo ritratto incontra in parte quella che mi suscita un altro quadro, più o meno degli stessi anni, ma facente capo ad un’altra avanguardia.
In Materia del futurista Umberto Boccioni, il pittore ritrae la madre: il soggetto è frontale ed in primo piano; al centro della tela rettangolare, stanno le mani chiuse da cui si dirama l’intera figura femminile, riconoscibile nella stazza, in parte anche dal viso rugoso e dall’acconciatura da donna anziana. Poggia alla balaustra del balcone pienamente riconoscibile, ma dietro di lei un vortice di colori e forme riempie lo sfondo: è il caos di una città che rinasce, che punta al futuro e si rinnova. Dai tram a cavallo alle prime locomotive; dalle folle che incredibilmente si fermano a fissare un semaforo alla straordinaria invenzione della luce elettrica che abbatte il divario tra il giorno e la notte e permette di guadagnare uno spazio prima invivibile a causa del buio. E così la vita fa irruzione anche nella notte, in una città che sale, si muove in maniera caotica e in poche parole vive. Il tutto alle spalle di una donna consumata che vive a cavallo tra due epoche, sulla soglia della rivoluzione ma che ormai stanca se la lascia indietro.
Materia mi porta sempre alla mente una domanda stravagante: chissà come si sente un uomo che ha passato gran parte della propria vita in una cella di prigione, il giorno in cui esce da questa. Si ritrova dopo una parentesi più o meno ampia in un mondo che tante volte è andato talmente avanti nel progresso da non essere più riconoscibile.
Nell’arte il tempo andrebbe scandito più minuziosamente: esiste il tempo in cui l’artista formula l’opera nel proprio pensiero; quello che impiega a portarla da dentro se stesso al di fuori, nella realtà; il tempo che intercorre tra la fine del processo creativo e la personale presa di coscienza, ed infine ma all’infinito, l’attimo della folgorazione. Ciascuna opera d’arte riprende a vivere ed esiste per la prima volta, ogni qual volta un nuovo “spettatore” incontra “il suo sguardo”. E’ l’esperienza individualizzata a tenere sotto i riflettori un’opera d’arte: quando si smette di parlarne essa ritorna a giacere nell’ombra.
Quando nel novembre 2016 viaggiai verso Lorsch, la Torhalle della piazza cittadina era per me un simbolo straordinario e meravigliosamente conservato della rinascenza carolingia. Di fatto però, per gli indigeni non deve essere più che un’abitudinaria visione quotidiana e un’ancora di salvezza nel mare del marketing del paesello. In linea di massima non tanto diversamente da quanto i romani vedono Roma. Noi ce ne andammo e la Torhalle tornò nell’ombra. Coloro che incontrammo nell’unico locale a sinistra della piazzetta, continuarono a gustarne l’ottima torta e forse più tardi arrivò qualche altro visitatore. E ciò che si conserva a Lorsch è qualcosa di unico nel suo genere. Unico perché non ne restano altri in piedi.
Le storie dell’arte sono sempre interessanti: non è stato importante che la città dove effettivamente eravamo in visita fosse a due ore di distanza da questo piccolo agglomerato di case alle pendici di una sconosciuta montagna; non ci è importato che ci fosse da cambiare un treno e non conoscessimo la lingua: noi, giovani mossi da un sincero ottimismo. (Ci è iniziato ad interessare quando sbagliammo stazione e scendemmo in una landa desolata e senza alcun passante. Solo una macchina si intravide passare e mi fiondai a fermarla. Nessuno di noi poteva credere di aver ottenuto un passaggio per la meta da due sconosciuti ed in terra straniera. Successe di più quel giorno e ricevemmo una grandissima lezione di vita.) Ed arrivati a quella piazzetta, solo un bar, il negozio di souvenir ed un escavatore davanti al mio monumento. Ma fu come sentirsi a casa: una lingua sconosciuta, nessun passante e solo monti all’orizzonte; un freddo gelido, eppure casa.
Casa perché la ricerca dell’arte e l’effettivo trovarsi ti fa sentire come se qualcuno ti stesse aspettando, fosse lì apposta per te. Magari poi, io non centro nulla con Carlo Magno per un evidente contrattempo storico ma l’arte è degli uomini e per gli uomini e questo è il suo più grande pregio e compito: fare da ponte. Un ponte tra le epoche, un ponte tra le persone, tra gli sconosciuti e tra quelli che per questi “contrattempi” non potrebbero conoscersi mai. Ogni arte è scrigno del proprio tempo ma in ogni esperienza individualizzata si annulla e si colloca nell’eternità.
In evidenza, George Braque, Violino e brocca, 1909